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Ci sono persone che hanno il coraggio di  guardare in faccia il proprio destino e di intraprendere un cammino professionale difficilissimo, impossibile a volte. Sto parlando nella fattispecie di Ivan, detto “ciacco”: un ragazzo che ai compiti di matematica ha sempre preferito la chitarra, alla letteratura i testi delle canzoni di Vasco; che oggi esce con tutto il suo sound  spremuto in un album solista.

“Fuori dal giro” è l’esordio di chi è escluso da quella manciata di artisti le cui note ridondanti riempiono i palinsesti radio e le poltrone delle ospitate televisive; un “presente” da infondo all’aula, un’alzata di mano, flebile e sussurrata, a voler dire “si, ci sono anch’io”. La scoperta di una sensibilità particolare, che tra le varie sonorità predilige – e che coraggio! – quella calda ed intima della chitarra acustica; che ti pone dei seri dubbi sul disturbo bipolare di chi adora nel contempo Vasco –argh!! – e Pat Metheny, elogia Arisa ma chiude il suo primo disco con una cover di Peter Gabriel e dedica un pezzo – “For Tommy” – ad una leggenda come Tommy Emmanuel venendo notato e ringraziato dallo stesso.

Un primo EP dall’animo profondamente pop per struttura, suoni e arrangiamenti – meraviglioso in questo senso il lavoro di Giovanni Boscariol. Gli accompagnamenti sono plasmati sulla base morbida della Martin D41 del solista a creare atmosfere eteree, in un mondo di sensazioni impalpabili capaci di emozionare anche un vero rocker dall’animo roccioso.

Particolare la composizione di alcuni brani come “Per te” e “Un’altra primavera”; molto intensa la rielaborazione di “Here comes the flood” di Gabriel, che tuttavia continuo a preferire con la voce graffiata e consunta degli ultimi live del polistrumentista britannico.

In generale un esordio degno di nota, che non nasconde un lavoro artistico intenso e ben calibrato, oltre ad un tasso tecnico non comune alle piccole produzioni di cui generalmente mi occupo. L’unico vero limite – se di limite si può parlare – è quello commerciale.

Pubblicare un disco POP di chitarra acustica strumentale – parafrasando il mio defunto nonno – è come dare una caramella ad un mulo: forse sarebbe stato più facile conquistare il grande pubblico assecondandone le preferenze, semplificando l’arrangiamento e introducendo un cantato che ne veicolasse le emozioni. Ma non sarebbe stato altrettanto poetico, altrettanto “fuori dal giro”.

Questo disco è una sfida con se stesso, l’espressione di un già accennato disturbo di personalità di questo musicista. Che vuole essere pop senza rinunciare alla complessità, che fuori è rocker ma dentro è Malika Ayane –  molto bella la cover di “Ricomincio da qui”, anch’essa nel disco.

Insomma, non si sa mai: e che la sorte aiuti davvero gli audaci.
Stay tuned, stay pop (ma senza esagerare…) D.V.

Puoi trovare questa recensione nel numero di Dicembre di S&V MAGAZINE; seguire Ivan in tour con Red Canzian, o cercare informazioni nella sua pagina ufficiale

masca band

Cinque ragazzi e una visione comune, un suono deciso e un progetto ambizioso. Sono questi i presupposti che hanno condotto vertiginosamente la band castellana ad aprire concerti di gente come De Gregori e Marlene Kuntz: un viaggio musicale che è prima di tutto introspezione, espressione, sensazione; in una parola: musica.

Si perché l’assaggio di “La Negazione” – EP autoprodotto, tratto dal primo album “Adesso sai chi sei”-  da un’idea dell’impianto sonoro che ha confermato i Masca come un buon gruppo da palco: un mood decisamente sostenuto – a tratti stoner – cui fanno coro armonie soavi, innesti elettronici ben curati e una composizione lirica diretta ed esplicita.

E allora poco importa che il giro di basso del primo pezzo “Icaro” ricordi moltissimo quello di un must degli A perfect circle (Thinking of You [ndr]) o che i due pezzi centrali, “Dove e quando” e “Naili”, abbiano struttura e sonorità “radiofriendly” che renderebbero giustizia solo alla scarsa creatività di un qualsiasi Cremonini: il progetto supera i suoi evidenti difettucci e si sviluppa, trasmette e – sarà per l’esecuzione e l’editing impeccabili, sarà per la particolare cura dei testi – comunica il concept “negazione”, primo step di un percorso inizialmente psicologico (esplicito il riferimento alla teoria degli stadi del dolore) che – ed è qui che incontro il genio, artistico  e di marketing – diventa musicale, trascinando l’ascoltatore da un lato, nelle sensazioni tipiche di una mente sofferta, dall’altro in un viaggio discografico – presto gli altri due EP che dovrebbero completare il Concept – destinato al proselitismo; saggia e non casuale da qui la scelta del pezzo più arrabbiato – “Il canto della sirena tossica” – come singolo del disco, estratto per il primo video della band (disponibile in YT ndr).

Insomma, un Extended Play schietto, a tratti forse paurosamente sull’orlo di una deriva pop rock, ma senza mai sprofondarvi completamente; nel complesso un lavoro degno di nota  e saggiamente reso disponibile in internet, per dare una vaga idea del potenziale che il gruppo già esprime molto bene sul palco.

Dalle remote profondità di quell’immenso mondo fatto di sale prove, cantine e locali sporchi – dove per suonare quasi ti tocca pagare – che è il panorama underground trevigiano, ogni tanto un flebile squarcio di luce.

La tracklist del nuovo EP – rintracciabile sulle frequenze di Soundcloud e sul sito www.mascaband.com:
Icaro
Sarà tutto perfetto
Dove e quando vuoi
Naili
Il canto della sirena

Stay tuned, stay rock! D.V.

ps. Come al solito puoi trovare questa recensione in formato cartaceo nel numero di Novembre di S&V Magazine !

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La pioggia incessante di questo maggio bizzarro non frena la crew di rebaltati pronta a scatenarsi al suono della miglior band hip hop del momento, quei Dope Dod che dopo aver fatto vibrare i palchi di mezza Europa lo scorso anno – figurando, tra gli altri, nel tour dei Cypress Hill – ritornano a far saltare le masse col secondo disco “Da Roach” dal mood decisamente più old style – gaudio e tripudio per il quindicenne dal cappellino storto che ancora vive in me.

Dopo una breve esibizione di un Nitro pur in splendida forma – che in parte sorprende il mio scetticismo sul valore del HH nostrano – si avvicina la mezzanotte quando Dr Diggles scalda i piatti introducendo la band. Il primo a entrare è Jay Reaper, seguito dall’enorme Skits Vicious – sembra la custodia del collega di colore – e alla fine del primo brano da Dopey. La prima mezzora è dedicata alla presentazione del nuovo disco: beat sulle casse e mc che sputano le proprie liriche arrabbiate sulla folla in delirio. I circa 300 si scaldano, qualcuno sale sul palco e riesce a lanciarsi nel primo stage diving serio a cui io abbia mai assistito in questa fantastica ma pur sempre piccola sala concerti.

Ma è solo quando Skits chiede l’accendino e da fuoco alle sue polveri che l’atmosfera si scalda realmente: due ragazze salgono sul palco e ancheggiano lussuriose, seguite da una terza – una dea – che con il suo corpetto strizzato e le sue cosce tornite accende l’ormone dei presenti e manda in orbita una festa che di fatto, già così era un delirio più che degno. Alla fine del brano le tre groupie vengono buttate giù dal palco sulla prima linea, con conseguente probabile stupro di massa consenziente – sono effettivamente troppo distante per vedere che gli succede, ma voglio immaginare che sia andata così… Nella seconda parte della gig, la band rispolvera il “vecchio” Branded, basi infuocate sul dubstep e liriche crudissime: il pubblico risponde spendendo le ultime energie, ricambiato da una performance eccezionale del giovane trio orange. Il tutto si chiude con “Brutality”, e con l’encore “Groove”.

Non essendo più il mio genere da almeno 10 anni, devo dire che questa band mi ha fatto tornare la voglia di riavvicinarmi al mondo della strada, a quel sound grezzo che tanti chiamano rap ma che in realtà negli anni si è evoluto, cercando sonorità nuove e mashup interessanti. Al di la di questo, un gran concerto, una performance intensa nonostante l’ora e un quarto d’esibizione: una vera festa per i breaker di tutta la Marca. Insomma, citando il mio amico Lollo, grande esperto e culture del genere: “han spacato c****!”.

Stay tuned, stay Lol. D.V.

Cerca la recensione sul numero di Giugno di S&V Magazine!

tempesta

Tempesta doveva essere, e uragano è stato. Anche quest’anno il festival patavino regala ai suoi adepti una degna chiusura, con una giornata “indie” che porta allo Sherwood il meglio del rock indipendente italiano.

Si comincia alle 18 – troppo presto maledizione, perché ho sto vizio di lavorare – con Toffolo e gli altri Ragazzi morti. Seguono i Bachi da Pietra, Umberto Maria Giardini, la bellissima voce di Maria Antonietta, gli Altro e Giorgio Canali.

Quando le ultime luci del giorno affievoliscono e cadono le tenebre, giungo al parcheggio dell’Euganeo per godermi finalmente il clue della serata, quei gruppi che divisi tra i due palchi allestiti valgono da soli la gita a Padova. Si, perché non faccio ora ad entrare che sul second stage salgono i Pan del Diavolo: il duo folk siciliano ormai consacrato al grande pubblico underground è degno del proprio nome e scatena l’inferno. La gente assiepata sotto il piccolo tendone si scatena al ritmo delle due chitarre, cantando a squarciagola i ritornelli di gran pezzi come “donna dell’Italia” e “scimmia urlatore”. Le ultime note dal second stage accompagnano la gente verso il main stage, dove puntualissimi i Massimo Volume iniziano la loro gig.

Tanto rispetto per una delle band alt-rock più longeve della storia musicale italiana, ma personalmente non ho mai sopportato le eterie e scialbe narrazioni di Clementi alla voce, considerando sprecata tanta innovazione sonora a semplice supporto di parole dal losco ed impalpabile significato. Detto questo, la folta schiera davanti al palco non mi è d’accordo, apprezzando il gruppo per intero: mi prendo un attimo per un paninazzo e mi sistemo davanti al secondo palco, dove “sorvegliati speciali” stanno per salire i Fine Before You Came.

Sono infatti passati più di 10 anni da quando, agli albori della loro carriera emo-core, ascoltavo i loro primi pezzi la mattina andando al liceo. Ancora una volta il piccolo second stage si dimostra un po’ inadatto ad accogliere la bolgia di uno dei gruppi forti della Tempesta Dischi, rappresentante ormai storici del panorama underground italiano: la gente si ammassa e si ammazza, pogo scatenato, body surfing al limite della rottura del collo, con un pazzo scatenato che si dimena in cima al palo portante della tensostruttura. La band milanese esprime tutta il suo rock arrabbiato sulla folla festante, presentando in setlist per lo più l’ultimo Ep “come fare a non tornare” con un paio di buoni innesti per farci cantare vecchi cavalli di battaglia come “Buio” e “Piovono Pietre”.

Poco dopo le 11 il main stage si illumina di nuovo per il piatto forte, il set degli Aucan. I tre incappucciati travolgono la folla con i loro suoni cupi e i loro mashup elettronici: la voce di Ferliga è come sempre eterea, schiacciata dall’esplosività di bassi e chitarra, e dalla sezione ritmica felpata. Nonostante io personalmente non li capisca e l’impressione è che le basi siano preregistrate, la performance di un’oretta sembra confermare altissime attese per la band di punta di Casa Tempesta: pubblico coinvolto, in un viaggio tra sonorità dubstep e riff noise piuttosto pungenti.

A chiudere la serata il duo dream pop Iori’s eyes, un misto di melodie ambient lisce come la seta e sonorità oscure tipiche del drum and bass: il classico gruppo che spacca il pubblico tardivo di un festival tra la fazione “che due maroni, andiamo a casa” e l’altra “figata, fa su l’ultimo che ce li becchiamo alla grande”. Ancora una volta la mia personale opinione è irrilevante, giacché la fazione 2 è nettamente superiore e la festa è destinata a continuare, anche grazie all’apertura dei cancelli che permette a chiunque di gustarsi gli ultimi scampoli di un festival che anche quest’anno ha dato tanto.

Tanti complimenti all’organizzazione, all’etichetta Tempesta – che ormai raccoglie tutto il meglio dell’underground italiano – e a chi si sbatte per proporre una musica diversa dal fognoso puzzolente mainstream. Long live rock ‘n’ roll.

Stay tuned, stay stormed. D.V.

Ebbene si, gli olandesi volanti sono tornati! Più arrabbiati. Più hip-hop. Forse meno dubstep, ma questo è soggettivamente un plus: abbiamo ascoltato per voi il nuovo album dei Dope D.o.d ,  18 tracce col fiato sul collo.

Si perché lasciate da parte sonorità elettroniche spinte – sull’onda lunga d’esito della musica sintetica al momento del lancio del precedente “Branded” – i Dope D.O.D creano con questo lavoro qualcosa di diverso, potente nei suoni e nelle intenzioni: “Da Roach” è un disco complesso e introspettivo, oscuro, cupo alla stregua della trama di un best seller horror.

Un grande ritorno all’originale mother-sound, quello hip-hop, perfetto linguaggio d’espressione grazie alle sue rime serrate, che i Dope fanno proprio per raccontare concetti e lanciare invettive.

Manifesto di protesta in doppio disco, 18 tracks che rimbombano con violenza nelle orecchie di chi ascolta. Perché da subito è evidente la sfumatura estrema che intercorre tra le tracce e le collega: “Brainworms”, “Panic Room”, “Bloodbath”, “Deal With The Devil”. La crew orange si conferma band controcorrente, non incline alle mode, dalla personalità dirompente capace di abbattersi in brevissimo tempo sulla scena europea, come un uragano rap.

Numerose le gustose collaborazioni contenute nell’album: da Sean Price degli Heltah Skeltah a Kool Keith, dagli Onyx – altra band simbolo del nuovo movimento hardcore HH “spakkakuli” – all’ Ecoast rap di Redman.

Ancora una volta i Dope D.O.D “speak the f***ing truth”, trasmettendo con franchezza e personalità un progetto che affonda nelle radici hip-hop ma che a livello sonoro lo supera, lo evolve, rimashando il vecchio genere a nuovi innesti elettronici e a basi dub che esprimono in qualche misura un suono nuovo, ma altrettanto fisso ed arrabbiato. Ne è un esempio il primo singolo estratto del disco “Rocket”, una traccia che trasuda l’intenzione netta di gridare al mondo che la band è tornata, e in grande stile; che non teme confronti, che non sembra sentire pressioni di sorta da una scena che li ha portati in pochi mesi ad emergere nel proprio genere di riferimento. Una realtà che sfida ma che a loro non preoccupa perché – dice Dopey Rotten a proposito del nome del disco: “gli uomini temono gli scarafaggi,non il contrario”.

I Dope D.O.D saranno al New Age di Roncade il prossimo 24 Maggio: io ci sarò, e voi??

Stay tuned, stay hip-hop!D.V.

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Oggi è un giorno come un altro.
Non è da oggi che la politica ha perso i contatti con la gente, con la strada, con gli interessi che è – profumatamente e senza vergogna dinnanzi alle difficoltà dell’uomo comune – sovvenzionata per difendere; anni luci dalle istanze a cui dovrebbero dar voce orde di cialtroni che al momento fatidico, si fanno dare dei “coglioni” APPLAUDENDO, per giunta, un povero vecchio che ha speso più di due terzi della sua vita in Parlamento e che “ormai che ha fatto 60, farà 67“…

Nel frattempo, la rabbia di strada è dilagante. Le promesse disattese troppe, le prese in giro – e i diti medi di fanfaroni che a stento parlano l’italiano – diventano sputo in faccia a chi a stento può sopravvivere ad una vita quotidiana fatta di ingiuria ed ingiustizia.

Alla morsa della crisi – economica ma soprattutto morale – poi, si aggiunge una pressione fiscale degna del peggior medioevo, dazio dovuto in nome di servizi pubblici sempre più scadenti, per rifondere creditori esteri sconosciuti, dopo aver permesso a questa STESSA CLASSE POLITICA di fare debiti a nome nostro.

Lontano dall’essere un post “GRILLISTA”, voglio esprimere tutto il mio sdegno verso questa gente e il mio più sincero cordoglio alla mia generazione, quella il cui futuro è assolutamente ipotecato, da pagare a rate, da bravi “milleuristi“.

Chiunque ha scalato pile di letame e limonato luride natiche ad esponenti di questa nuova è più vile Aristocrazia – almeno i nobili si nascondevano a corte sotto la corona, non sotto al concetto ormai insudiciato e logoro di “democrazia” – è corresponsabile del disastro che il nostro Paese si appresta a fronteggiare: chi si è arreso e almeno una volta, si è autoassolto grazie al concetto del “così fan tutti” partecipi in cuor suo all’espiazione, perché è sempre più vero che da cambiare in Italia sarebbero gli italiani, non i politici.

Quindi un paio di comunicazioni di servizio:

– A chi crede che lo stato sabauda ha fallito, che l’Europa dei popoli non è un sogno e che la Serenissima risorgerà: basta ombre, troppo tannino.
– A chi se la prende con Bersani: l’alfiere muove solo in diagonale – quindi non stupitevi se non ha potuto muoversi dove i poteri forti a cui risponde non lo portavano;
– A chi se la prende con il fascistissimo Grillo: lasciate fare ai media che sono molto più organizzati – basta vedere come vengono trattati i deputati 5S da chi li intervista – dategli non dico fiducia, ma un minimo di tempo. Magari avrete ragione, e si dimostrerà uguale agli altri.
– A chi difende Berlusconi senza trarne alcun vantaggio: beata ingenuità.
– A chi difende Berlusconi per difendere a sua volta la propria carriera politica, i propri interessi economici o il proprio status sociale: complimenti per l’ennesima vittoria di Pirro – o di Porro -avvistato ieri sera a Ballarò in versione “Grande Muraglia Della Libertà”.

Quando l’Italia brucerà, sarete i primi a dover rispondere delle vostre scelte.

recensione_wild_pipes

Tappa obbligata per la finale del contest della radio più rock del triveneto – o almeno l’unica che ti sveglia alle otto e un quarto di mattina con un pezzo dei Manowar : il Marilù Contest, oltre a portare tanta gente al Garage e tanti ritorni commerciali alla Radio di Castelfranco (chapeau! )  porta alla ribalta alcuni dei gruppi magari non migliori, ma sicuramente più popolari della rete – visto il meccanismo di selezione – in territorio Serenissimo.

E allora tra una girl rock band esagerata in bravura e presenza scenica – si guardi alla voce “Motolickers”, della serie: donne con le palle – e un gruppo tanto tecnicamente ineccepibile quanto emotivamente insipido – senza far nomi, premio speciale Esse Music e mio personale “miglior cover band dei The Calling” per loro – la spuntano vincitori questi Wild Pipes, arrabbiatissimo gruppo hard rock veneziano – solo geolocalizzazione, non una nuova corrente artistica, purtroppo.

labilmente wild pipesCreata la band un paio di anni fa, questi cinque ragazzotti hanno già all’attivo un paio di album; “70s” , il brano che li ha portati alla vittoria del contest, è appunto estratto e singolo – già si trova il video sul www – del nuovo album “The horse”, appena terminato.
Non avendoli visti esibire per più di 5 minuti – grande pecca di questa serata di gala: almeno un paio di brani a testa faglieli suonare, perrrdio! – e basando la mia modesta quanto futile opinione sui brani che ho potuto ascoltare dalla loro pagina fb, ecco il responso.

Come in ogni orchestra che si rispetti, le differenze stilistiche e le influenze dei componenti emergono sufficientemente limpide nel suono finale di una band che cerca di proporre spesso sonorità hardrock o quasi stoner a supporto di una voce e di una base che ricorda, volutamente, i migliori anni del rock britannico. Almeno nei pezzi che ho potuto ascoltare, l’equilibrio tra il vecchio e il “nuovo” –per quanto nuovi si possano considerare riff stoner e rilanci di batteria nel ritornello –  si muove con il mood delle canzoni: in alcune la vena graffiante degli anni 70 prende il sopravvento, in altre la ferocia e la pesantezza della base ti schiaccia al suolo come un treno in corsa.

recensione wild pipes

Soprattutto se la canzone è appositamente strutturata per sortire questo effetto – strofa lenta/bridge/ritornello veloce/assolazzo/ritornello/finale con stop&go – nella miglior tradizione aisidissiana. Vero valore aggiunto di questa band – che altrimenti sarebbe comunque una più che degna ensemble di veri rockarrolla – la voce: le urla agghiaccianti di questo figlio di Belzebù sono un misto tra la rabbia sedata dalle droghe di Plant e la carica esplosiva del miglior Chris Cornell.

Forse non la più innovatrice delle band degne della finale – ma esistono davvero nuove e vergini direzioni da esplorare nella musica del demonio?? – sicuramente la più calda. E tanto basta: a noi vecchi rockettari per divertirci, e a questa giovane band per accendere un piccolo riflettore sulla sua musica e dichiararsi vincitrice. Scatenate barbe incolte alla ribalta.

Stay tuned, stay rock! e  un saluto al caimano del piave (ebbene si: Marilù mi piaci sempre e solo tu..).

P.S. Come sempre, potete trovare questa recensione nella copia cartacea del mese di Marzo di SoundAndVision Magazine